
Genesis of a tear
Non l’avevo mai accompagnato a far spese. Sentivo il bisogno di elargire doni, se non amore. Volevo andarmene senza lasciare conti né tracce, desideravo svuotare gli armadi e le stanze, trascinarmi dietro me stessa e il mio mondo come una tovaglia completa di piatti, posate e pietanze. Ma vederlo uscire da quel camerino mi ricordò inaspettatamente di quando incrociavo lo sguardo di mia madre all’uscita di scuola: era successo di rado, perché io preferivo tornare da sola, preferivo fare tutto da sola. Era sempre stato così. I miei occhi s’inondarono all’istante. Pensai fosse nostalgia di lei, della mia infanzia, di quel consolante riconoscimento. Ma poi mi accorsi che non ero in me: ero in lei, ero entrata in lei per vedermi un’ultima volta, per incrociare il mio sguardo e chiedermi che ne sarebbe stato di questa figlia. Nel ricordo mia madre era una donna giovane e bellissima, portava i capelli lunghi fino alla vita e una camicia indiana; io, davanti a quei camerini, non ero che una vecchia signora a cui restava poco da vivere, con un broncio patetico e un buon gruzzolo da spendere. Ero quattro misere ossa e due borse sotto un paio di occhi opachi e lacrimosi, una donna sopraffatta intenta a distribuire regali e lusinghe. Fu solo una bizzarra sinapsi, scatenata dall’amore del tutto simile che provavo per quell’uomo, a portarmi dentro mia madre, in quell’angolo luminoso di memoria. Eppure era precisamente lì che il mio inconscio, lucido e perfido, voleva condurmi. Era lì che occorreva tornare per scatenare le lacrime.
Parole immagini di egotique | 3 Agosto 2007 | 1 Commento » | Permalink |